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About Lorenzo Marini

Un paradigma della contemporaneità

“Il creatore d’arte è l’intuitivo catalizzatore di tutte le informazioni della sua epoca”. Così scriveva Victor Vasarely, il maestro ungherese che, dopo aver lavorato nella pubblicità dagli anni Venti all’inizio degli anni Quaranta, si era successivamente dedicato all’arte visiva, diventando l’artista di riferimento dell’optical art. Movimento che, proprio nelle esperienze dell’advertising trova le sue origini. E la storia dell’arte, perlomeno dall’inizio del secolo scorso, è ricca di autori che hanno lasciato il segno sia nella comunicazione “commerciale”, sia nell’arte “pura”. Passando in Italia, in anni più recenti, spicca il caso di Pino Pascali. L’artista, che nelle recenti aste internazionali è arrivato a prezzi intorno a 2 milioni di euro, sino a trent’anni lavorava nella pubblicità. Si può dire che la sua carriera di artista si è sviluppata nei suoi ultimi tre anni di vita, visto che morì in un incidente motociclistico, a 33 anni, nel 1968. In quei tre anni, l’esponente dell’arte povera, aveva però convinto la critica tanto che, proprio nei giorni del tragico incidente, le sue opere erano una delle attrazioni principali della 35esima Biennale di Venezia. I confini tra comunicazione e arte visiva sono diventati negli anni 2000 ancora più labili. “Nella società complessa i ruoli sono sempre meno definiti”, ricorda la Scuola di Bologna della sociologia dei consumi “tanto che è sempre più difficile parlare di target come insieme di individui dalla caratteristiche e dai comportamenti omogenei”. Questo concetto, tradotto nel mondo dell’arte, porta appunto a una caduta delle barriere tra le varie discipline. Nella contemporary art è sempre più difficile distinguere tra arte “pura” e altre forme di creatività. Lorenzo Marini ne rappresenta un paradigma. Art director tra i più prestigiosi, si presenta oggi nella veste di artista. Ma, come per Vasarely e Pascali, non si tratta certo di una scelta improvvisata. Marini, che a suo tempo frequentò l’accademia ed ebbe come maestro Emilio Vedova, dopo la laurea in architettura è entrato nel mondo della pubblicità. A un attento osservatore non sfugge che in molte delle sue campagne di successo emerge la sensibilità (ma anche gli insegnamenti appresi in accademia) dell’artista. E il percorso, come dimostra questa pubblicazione, funziona anche in senso inverso. Le opere pittoriche di Marini possono essere lette come la traduzione in contemporary art di campagne pubblicitarie, con una rigorosa logica degli spazi e degli equilibri. Dal Visual al Visuart, insomma. E del resto il passaggio da Art director ad artist, anche a livello semantico è breve.

Milo Goj

Lorenzo Marini è un artista italiano che vive e lavora fra Milano, Los Angeles e New York. Pittore sconosciuto al grande pubblico per scelta, lavora da quindici anni nel più totale silenzio e riservatezza, difendendo le sue opere dal clamore della pubblicità, settore che conosce benissimo frequentandolo con successo da trent’anni. Proprio per questa sua contraddizione usa il colore, la provocazione e l’impatto nella comunicazione mentre usa il bianco, il silenzio e l’eleganza della riservatezza nell’arte. Sviluppa la sua poetica sotto il grande maestro Emilio Vedova, dopo aver studiato Architettura all’Università di Venezia. Il concetto di spazio e la ricerca del visual ideale diventano infatti il paradigma della sua pittura. Una pittura che parte dalla volontà di desemantizzare l’oggetto consumistico e il suo messaggio pubblicitario, scarnificando un concetto a una mera griglia dove l’atto di mercificazione viene annullato dalla bellezza e composizione degli elementi. In questo processo di delocalizzazione semantica Marini procede per strati suddividendo la tela in porzioni; sottraendo ad ognuna l’originario messaggio lasciandone affiorare la struttura, il reticolo. Anche il colore scompare lasciando come protagonista indiscusso il bianco, ovvero il silenzio su tela. Il risultato è di grande impatto: griglie pressochè monocromatiche con forti componenti materiche, in un sottile equilibrio fra astratto e razionalista. Un’assenza che diventa presenza significativa e tangibile in grado di recuperare un originario senso ontologico al processo di comunicazione.

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