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Lorenzo Marini, qualcuno osa fare pubblicità alla fantasia

Lorenzo Marini, qualcuno osa fare pubblicità alla fantasia

«Visuart. Beyond Surface» è il titolo della mostra del pubblicitario e artista. I suoi quadri, sorta di anti-manifesti, sono esposti alla Permanente di Milano

All’apparenza, c’è qualcosa di schizofrenico nella ricerca di Lorenzo Marini. Un po’ come Armando Testa (con il quale si è formato), egli è innanzitutto un creativo, autore di fortunate campagne pubblicitarie. Ma è anche un pittore quasi astratto (che è stato anche allievo di Emilio Vedova). Eppure, tra queste diverse identità esistono connessioni, relazioni, passaggi: come emerge dalla mostra Visuart. Beyond Surface allestita alla Permanente di Milano (fino al 30 ottobre), uno spazio prestigioso ma ancora in attesa di acquisire una precisa fisionomia e un chiaro programma culturale.
Marini concepisce i suoi quadri come autentici anti-manifesti, nei quali muove sempre dalla classica forma poster: ne salvaguarda l’impaginazione, le scansioni, la sintassi. Tende ad attenersi al dispositivo della griglia. Che è emblema di rigore e di metodo; strumento per controllare immagini e figurazioni, per sottolineare l’importanza del senso della misura, per ricondurre ogni intuizione dentro un perimetro preciso, per trasformare l’opera in una planimetria bidimensionale. La griglia, ha ricordato Rosalind Krauss, si fonda su «una modalità di ripetizione il cui contenuto è la natura convenzionale dell’arte stessa». All’interno di questi confini — che rivelano un approccio di tipo razionalistico — Marini distende spessi e grumosi strati di colore bianco: come veli che coprono il sistema dei significati. Si comporta come un artigiano di nascondimenti, intento a dar voce a una sorta di castigatezza linguistica. Ordina pianure monocromatiche, dalle quali lascia affiorare solo presenze appena riconoscibili: parole accennate, lettere fragili. Relitti sopravvissuti al naufragio del senso. Sorretto da un temperamento antipop, Marini sembra agire come un pittore di scritture: ci consegna esercizi — spesso ancora ingenui — nei quali permangono grafie e segni. La sua sfida: violare la funzione intrinseca del type per svelarne le segrete potenzialità visive. E, inoltre: sfidare ogni messaggio e ogni mercificazione. Infine, privare ciascuna parola della sua valenza denotativa. Per compiere così una delocazione semantica. E condurci sulla soglia tra costruttivismo ed espressionismo. È come se ci trovassimo ad assistere a un concerto per voce sola che, all’improvviso, viene interrotto da sonorità capaci di incrinare la spazialità del vuoto. In filigrana, le lezioni — non del tutto «rielaborate» — di Mondrian e di Twombly.
La tensione riduttiva viene continuamente messa in discussione da Marini. Che spesso, nei suoi lavori, inserisce alcune tracce d’impronta decorativa — come il payoff (tipico dei manifesti pubblicitari) — realizzate con eterogenei materiali (cotone, gesso, colla, carta). Si tratta di una scelta che ha una valenza rilevante. È un modo per inserire barlumi vibranti di luce in queste costruzioni pittoriche; ma è anche un modo per riaffermare la centralità dell’armonia compositiva.
Questo gioco tra equilibri e disequilibri ritorna nell’alfabeto reinventato di Marini. L’epilogo della mostra milanese. Le diverse lettere vengono qui scomposte, riarticolate, rese simili a personaggi da favola, che sembrano muoversi, danzare, mettere in scena piccoli spettacoli. Siamo dinanzi a impliciti (e forse non involontari) omaggi alle trasfigurazioni iconografiche di Bruno Munari. Che aveva scritto: «La fantasia è la facoltà più libera delle altre, essa infatti può anche non tener conto della realizzabilità o del funzionamento di ciò che ha pensato. È libera di pensare qualunque cosa, anche la più assurda, incredibile, impossibile». Ecco: in fondo, Marini — da pubblicitario e da artista — non vuole fare altro che innalzare altari fragili alla Dea Fantasia.

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