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Critics

Giacinto Di Pietrantonio

Nella cultura zen dell’Oriente, il vuoto ha un valore e il bianco è collegato alla morte, mentre per noi è l’opposto. Il bianco e il nero, come anche il vuoto e il pieno, a latitudini diverse hanno significati opposti. A noi d’Occidente interessa soprattutto fare il pieno di tutto, anche riempire il vuoto. Agli orientali, interessa soprattutto fare il vuoto e svuotare il pieno. Il vuoto è quindi una positività, perché non è il nulla legato al nichilismo, ma il tutto legato alla possibilità della creazione. Il bianco scelto da Lorenzo Marini ci parla di questo e ci dice che il cruccio di un pittore è quello di definirsi attraverso un colore. Dare il nome a un colore, anche quando questo è un “non colore” è la sfida della pittura. Tiziano l’ha fatto con il rosso, esiste infatti il rosso Tiziano, Veronese con il verde, c’è il verde Veronese, non a caso due veneti, e veneto è pure Lorenzo Marini. Non a caso due veneti, tre con Marini, perché, da tradizione, l’arte veneta è quella che maggiormente si esprime e caratterizza attraverso il colore, sarà per i riflessi di Venezia, mentre la scuola fiorentina è quella del disegno e della forma di Leonardo e Michelangelo. Non pensiamo a questi ultimi  in termini di colore, non esiste un colore che li caratterizza, ma, come detto, un segno, un disegno. Raffaello che è di Urbino, ancora Centro-Italia, è anch’esso caratterizzato dal disegno anche se viene ricordato per un colore in movimento, l’incarnato dei volti delle sue madonne. E Picasso dal periodo blu e rosa, quando dovrà definirsi non parla di pittura, ma di disegno: “Già da Piccolo sapevo disegnare come Raffaello e ho impiegato tutta la vita per dimenticarlo e disegnare come Picasso.” Che sia verità o leggenda quest’ultima, come quelle delle Vite del Vasari, sono voci messe in giro che ci dicono della qualità dell’arte che si fa tenendo conto della sua tradizione. Sarà anche per questo che il veneto Marini cerca di affermare la sua pittura lavorando soprattutto sul colore, utilizzando “l’incolore ateismo di tutti i colori.” Ma vediamo ora in che modo Lorenzo Marini impiega il suo bianco, o meglio i suoi bianchi, dato che dice che gli piace utilizzare qualunque cosa sia bianco: tempera, acrilico, stucco, sale, gesso, madreperla, carta, …, materiali di bianchi diversi. Trovare la diversità nell’unità sembra essere un’altra delle sue caratteristiche, non solo nei vari tipi di materiale e di colore bianco che impiega, ma in quanto, come per gli angeli che fanno scendere la neve, egli stende il bianco sulle tele non come fa la maggior parte degli artisti per creare il fondo su cui dipingere, ma come superficie coprente il fiume sotterraneo dei significati. Nei suoi quadri bianchi affiorano segni, tracce di colore, schemi, griglie e altro ancora che riguardano la sua arte, o le sue arti. Per il pop tutto è dichiarato, tutto è una sorta di ready made visivo, di immagini trovate e in vario modo ridipinte. Per il Nostro la pittura più che rivelare nasconde. La preoccupazione di Marini è quanta distanza riuscire a mettere tra la tela bianca e la fine del quadro, o tra la pagina bianca e la fine del testo. Il suo appare un lavoro in progress, un non finito, che, pur essendo un’invenzione di Michelangelo, solo nell’arte moderna ha preso piede, diventando il racconto di un’epoca. Un aspetto istintuale che gli ha fatto coltivare da sempre la pittura, seppur non abbia mai voluto mostrare i suoi quadri. E’ per dar conto di questa continuità che qui mostriamo 15 anni della sua pittura. La pittura e il disegno, espressioni praticate da sempre, perché, come vedremo più avanti, la una pittura di Marini sotto traccia ha sempre il disegno. Si tratta di una caratteristica che gli proviene dai suoi studi d’architettura e d’accademia di belle arti. Quest’ultima, anch’essa a Venezia con Emilio Vedova tanto per rimanere nell’ambito dell’informale. Una lezione che sembra riaffiorare recentemente nelle opere Spacevisual 2011, Spacevisual 13, 2013, o Brandvisual 1, 2014, riferite a Los Angeles e New York. In questo non manca, come abbiamo  accennato sopra, la memoria diretta, o indiretta degli achrome di Piero Manzoni, soprattutto delle tele bianche aggrinzite. I quadri di Marini non sono né plurimi e né colore assoluto, in quanto sotto la superficie accolgono una struttura modulare e seriale in senso modernista, e quindi astratta. Così i quadri finiscono per costituire una sorta di catalogo di possibilità di forme, strutture e spazi ideali. Sono una ricerca della totalità e dell’assoluto che chiarisce l’impiego ossessivo del bianco, come nella serie degli Annunci, in cui la superficie della tela appare divisa come una pagina di un giornale, o di una pubblicità senza essere né l’una, né l’altra. Ad un’attenta lettura scorgiamo una struttura quadripartita, i cui elementi sono i luoghi della foto, dell’illustrazione, del testo, del logo. Una griglia semantica in cui la cancellazione progressiva operata dal bianco è ricerca di verità, perché toglie la parzialità palese enunciata della figuratività della pubblicità, che non dice mai la verità. Una maniera di strutturare la pagina, di dividere lo spazio che gli deriva dal fatto che ha iniziato disegnando e pubblicando fumetti, forse anche memore della struttura spaziale degli affreschi della Cappella degli Scrovegni di Giotto che vedeva da adolescente. Qui si è, invece, alla ricerca di una simbolizzazione in cui il niente è più forte del tutto, il silenzio più comunicativo del rumore, il vuoto più pieno del pieno. Ecco allora che l’indagine pittorica di Marini non ci sottrae solo dalla cacofonia dei mezzi di comunicazione di massa, ma anche nel farci  riflettere sui fatti globali e spazi universali. Allo stesso modo è ideale la serie delle Costellazioni che è il tentativo di dare forma e immagine all’universo, a ciò che ci sovrasta, ancora allo spazio. Alla fine, ecco rivelato che le opere di Lorenzo Marini sono nuovi paesaggi terrestri e celesti. Per questo, iniziando in Occidente non potevamo che finire in Oriente dove il proverbio Zen ci dice che: “L’occhio che tutto vede non può vedere se stesso”. I quadri di Marini, che non fanno mai vedere tutto, sono opere che ci dispongono alla ricerca di noi stessi.

 

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